| Il vetro |
SOS rifiuti: emergenza e risorsaNegli ultimi anni l’emergenza rifiuti solidi urbani si è trasformata in una vera e propria spina nel fianco di autorità e cittadini. Un problema di grandi dimensioni che coinvolge la vita dell’intero pianeta, e la cui origine deriva soprattutto da un’enorme produzione di scarti di ormai difficile collocazione. La questione rifiuti è comunque una diretta conseguenza del processo accelerato di espansione economica e dello stile di vita. Eccessi produttivi e sfrenato consumo determinano infatti un aumento esponenziale dell’accumulo di massa da eliminare, rendendo quanto mai necessario un ampliamento del piano di sviluppo del sistema di recupero e riciclo della stessa. Peraltro, con il crescere di questa emergenza, è anche cresciuta la sensibilità e l’attenzione della coscienza comune. È ormai radicata la consapevolezza che i rifiuti sono un grave problema collettivo, che non può più essere sottovalutato, trascurato o delegato ai soli addetti ai lavori, come accadeva in passato. Da non dimenticare, inoltre, è il fatto che la grande produzione di rifiuti implica l’inevitabile erosione delle risorse planetarie che, come sappiamo, non sono tutte rinnovabili. Diventa quindi fondamentale mettere in atto, e su vasta scala, il processo di recupero e riciclo di tutte quelle componenti naturali già utilizzate. Nello specifico, materie prime che sono riscattabili dai residui e dagli scarti di produzione e consumo. E il rottame di vetro, grazie all’assoluta compatibilità ecologica e alle infinite possibilità di riciclo, risulta uno di quegli elementi che meglio si prestano allo sviluppo di questo sistema. Riciclaggio e recupero, dunque, stanno convertendo i rifiuti in un ricco e variegato patrimonio di risorse rinnovabili. Un patrimonio ecocompatibile Grazie alle sue innumerevoli qualità come la resistenza alle alte temperature di lavaggio dei vuoti, la robustezza indispensabile per il loro riempimento e richiudibilità, la totale garanzia di non assorbimento di sapori e odori, il contenitore in vetro è uno dei prodotti più sicuri dal punto di vista igienico-sanitario. Inoltre, in virtù di un riciclo che può risultare infinito, poiché i contenitori usati possono essere fusi e rifusi senza perdere nulla delle proprietà originarie, si ottiene un notevole risparmio di materie prime e di energia.Il contenitore in vetro, infatti, è uno dei prodotti maggiormente ecocompatibili. Può essere utilizzato più volte, oppure raccolto separatamente dalla massa dei rifiuti e avviato al riciclo. Una bottiglia, per esempio, non è mai a perdere. Anche quando il vuoto non viene restituito, il vetro può e deve essere riutilizzato. Così, una volta raccolto e sottoposto ad alcune operazioni di trattamento, si trasformerà in una nuova bottiglia, vaso o flacone. Recuperare e riciclare il vetro, dunque, riduce il consumo delle materie prime necessarie. Infatti, da 100 Kg di rottame di vetro si ricavano 100 Kg di prodotto nuovo. Mentre occorrono 120 Kg di materie prime vergini per avere 100 Kg di prodotto nuovo. A tali vantaggi, vanno aggiunti anche i benefici ambientali ed economici derivanti dalla minore quantità di energia utilizzata nella fusione. Il risparmio energetico è quantificabile in una riduzione del 2,5% del combustibile impiegato per ogni 10% di rottame usato. Un impiego dell’80% di frammenti vetrosi porta quindi a un’economia energetica del 20%. Inoltre, con l’inserimento dei cocci di vetro nella miscela vetrificabile, si riducono anche le emissioni in atmosfera connesse all’attività produttiva. Le minori temperature di fusione del rottame vitreo implicano la riduzione del volume dei fumi di combustione, le emissioni di ossidi di azoto, polveri e anidride carbonica. Con la raccolta differenziata del vetro si riduce sia il numero di rifiuti prodotti sia i costi del loro smaltimento. Minori accumuli in discarica comportano non solo un vantaggio ecologico, ma anche un risparmio economico per tutti, essendo i costi di smaltimento dei rifiuti solidi urbani un onere in forte crescita a carico della collettività. Il recupero del vetro dunque si paga da solo, riducendo significativamente anche l’impatto del processo produttivo sull’ambiente. Per una migliore qualità della vita I contenitori di vetro possono essere riciclati per creare nuovi esemplari con le medesime caratteristiche. Affinché ciò avvenga, è indispensabile che la raccolta sia separata dal resto dei rifiuti. È possibile quindi sintetizzare i passaggi del riciclo dei contenitori in raccolta differenziata, trattamento e rifusione del rottame. La raccolta L’impiego della campana verde, di capacità pari a 2 o 3 metri cubi, dislocata in vari punti della città e attraverso i cui fori calibrati passano le bottiglie vuote, è il sistema più conosciuto e diffuso per la raccolta differenziata del vetro. I contenitori da recuperare vengono depositati nelle campane direttamente dai consumatori, siano essi cittadini o imprese commerc iali, o ritirati attraverso appositi servizi di raccolta porta a porta, sistema che, grazie all’impiego di speciali bidoni di piccole dimensioni, poco ingombranti, si sta diffondendo soprattutto presso bar, ristoranti e abitazioni nei centri storici. Sono state sperimentate anche campane bicolore con due scomparti separati in cui inserire vetro bianco e vetro colorato. Inoltre, sono allo studio e in fase di sperimentazione nuovi contenitori che offrono prestazioni migliori sia dal punto di vista estetico che funzionale. L’obiettivo è di trovare soluzioni innovative che tengano conto delle problematiche logistiche poste dalle città e che ben si inseriscano nell’arredo urbano. Per lo svuotamento delle campane si utilizza di solito un apposito veicolo con cassone dotato di braccio di sollevamento. La frequenza di svuotamento deve essere regolare e tale da evitare l’accumulo di materiale depositato all’esterno delle campane. Il braccio di sollevamento deve essere inoltre possibilmente dotato di un sistema automatico di pesatura del contenuto. La capacità del cassone è pari a circa 30 metri cubi e la capacità di carico a circa 11 tonnellate. Nel corso di una giornata, un automezzo svuota in media 64 campane di 2 metri cubi riempite al 50%. A volte, però, a causa delle notevoli distanze che separano l’area di raccolta dall’azienda di trattamento, possono essere previste aree di raccolta o silos per lo stoccaggio intermedio, munite di adeguati sistemi di svuotamento. Aree che devono essere costruite in un luogo che consenta agevoli operazioni di carico e scarico, in prossimità del centro della zona servita dalla raccolta differenziata. Il trattamento e la selezione Prima del riciclaggio, il vetro raccolto deve essere sottoposto a un’operazione di selezione presso un impianto di trattamento specializzato. Qui il rottame vetroso proveniente dalle campane di raccolta viene scelto, pulito e reso idoneo alla fusione in vetreria. Questo procedimento di lavorazione è caratterizzato da una serie di passaggi fondamentali: alimentazione dell’impianto mediante pala meccanica che carica una tramoggia polmone; un vibroalimentatore e un nastro trasportatore provvedono a caricare, senza interruzione, il materiale da trattare cernita manuale per eliminare i corpi estranei di grosse dimensioni valutazione della qualità del vetro e suddivisione granulometrica del materiale nuova cernita manuale per rimuovere i frammenti di ceramica, porcellana, pietre, corpi metallici, plastica, ecc. frantumazione delle frazioni grossolane su impianti che operano senza produrre eccessive quantità di polvere vitrea e che garantiscono la completa assenza di frammenti di grosse dimensioni trattamento del materiale con elettrocalamite o con magneti al neodimio per rimuovere i corpi magnetici presenti selezione del materiale tramite aspirazione per allontanare i corpi leggeri come carta, alluminio, legno, ecc., che vengono raccolti e abbattuti da un ciclone ulteriore cernita tramite macchine automatiche capaci di individuare e scartare i corpi metallici non ferrosi come alluminio, piombo, rame e corpi opachi presenti, consentendo quindi lo scarto di prodotti infusibili quali ceramica, porcellana, sassi, ecc. definitiva selezione manuale per eliminare i piccoli residui di ceramica, pietre e metalli ancora presenti malgrado le precedenti operazioni La fusione e la produzione di nuovi contenitori Le materie prime e il rottame di vetro trattato e selezionato vengono trasportati nell’impianto di produzione (vetreria) per la fusione nel forno. Quindi, invio della massa vetrosa alle macchine dove, tramite soffiatura negli appositi stampi, il materiale è trasformato in un nuovo contenitore. Dallo stampo finitore le bottiglie passano nel forno di ricottura, per essere poi sottoposte a un attento controllo qualitativo prima del confezionamento. L’imbottigliamento Il prodotto finito viene quindi venduto alle aziende di imbottigliamento che, dopo averlo riempito del loro prodotto (vino, birra, olio, acqua, etc...), lo inviano alla rete di vendita (commercianti, grande distribuzione, etc...) ai consumatori, i quali danno poi nuovamente inizio al ciclo di recupero.
I protagonisti: Il consumatore Il vero e proprio motore della raccolta differenziata è il cittadino, primo anello della catena del riciclo, grazie al cui impegno quotidiano è possibile recuperare gli imballaggi in vetro usati. La prima fase di una corretta ed efficace raccolta differenziata inizia in casa. È qui che il vetro viene separato dal resto dei rifiuti e liberato, prima di essere inserito negli appositi contenitori di raccolta, da eventuali altri materiali come tappi, fascette, plastiche e sugheri. Il CoReVe (consorzio Recupero Vetro) Il Consorzio Recupero Vetro svolge il ruolo di gestore, organizzatore e coordinatore di tutte le operazioni che riguardano il ritiro del materiale raccolto e il suo avvio al riciclo. L’organismo è l’indispensabile trait-d’union tra le parti interessate. Tramite il Programma specifico di prevenzione, redatto annualmente, il CO.RE.VE. fissa gli obiettivi di riciclaggio, definisce le azioni per il raggiungimento degli scopi dati e individua le forme più rapide ed efficaci di raccolta. Il Comune L’Amministrazione comunale ha il compito di mettere il cittadino in condizioni di effettuare una regolare raccolta differenziata del vetro, fornendo strutture idonee (campane stradali e contenitori condominiali) che siano efficienti, cioè adeguate dal punto di vista quantitativo e in sintonia con le esigenze dello specifico territorio e contesto urbano. La vetreria Le aziende del settore provvedono al recupero del vetro usato effettuando il riciclo vero e proprio. Qui si conclude il percorso di trasformazione dei frammenti vetrosi in nuovi contenitori. Grazie a un costante adeguamento degli impianti produttivi, le vetrerie garantiscono un sempre maggiore assorbimento di quantità di rottame. In alcuni stabilimenti è oggi possibile utilizzare, in sostituzione delle materie prime, rottame di vetro nella misura dell’80%.
Ottimizzazione del sistema di raccolta La riduzione della quantità di rifiuti di imballaggio avviati a smaltimento nella fase di gestione post-consumo degli imballaggi, ovvero persa nelle operazioni di selezione e trattamento, avviene attraverso l’ottimizzazione del sistema di raccolta adottato. Le analisi merceologiche svolte in questi anni assieme ai gestori locali della raccolta differenziata del vetro hanno sempre confermato che ciascun sistema porta con sé una propria e peculiare quantità di impurità e di scarti. Prima di passare all’esame dei dati, è opportuna una breve premessa per spiegare come nel caso della raccolta separata del vetro la differenza tra ‘presenza’ di frazioni estranee e ‘scarti’ sia dal punto di vista quantitativo assolutamente sostanziale. Con presenza si intende l’insieme ‘dei materiali diversi dal vetro’ che vengono riscontrati con l’analisi merceologica effettuata sul materiale appena raccolto. Gli scarti sono invece i rifiuti che decadono dall’impianto di selezione del vetro, cioè tutto ciò che non diventa ‘rottame di vetro pronto al forno’. Quando le apparecchiature di selezione intervengono per rimuovere degli inquinanti intercettano anche del vetro, quindi gli scarti sono costituiti dalle frazioni estranee più il vetro espulso assieme a queste. Negli scarti va, inoltre, inclusa la quantità di fine prodotta nelle fasi di raccolta, trasporto e movimentazione del materiale da selezionare, cioè quella quota di materiale in genere costituita da vetro e altri inerti (ceramica, sassi, etc.) con pezzatura inferiore ai 15 mm, che, attraverso un’apposita vagliatura viene eliminata fin nelle prime fasi della lavorazione, in quanto le macchine di cernita non sono in grado di operare in modo efficiente ed efficace al disotto di questa granulometria. La quantità di fine prodotta e conseguentemente scartata è funzione della cautela con cui viene manipolato il materiale sin dalla fase di raccolta. Va da sé che l’impiego di compattatori come pure le operazioni di preselezione del materiale sono pratiche che inducono la formazione di notevoli quantità di fine. Le quantità di vetro che si perdono, in funzione delle diverse tipologie di impurità e le quantità che giungono a buon fine, cioè diventano ‘pronto al forno’ in funzione dei sistemi di raccolta attivati nel nostro Paese, è riepilogata di seguito. La materia vetro“Secondo una leggenda, lungo le coste della Fenicia approdò una nave di mercanti di nitro che si sparsero sulla spiaggia per preparare la cena. Poiché non c’erano a portata di mano delle pietre, essi usarono come sostegni pezzi di nitro presi dalla nave; questi si infuocarono e si mescolarono con la sabbia della spiaggia, dando origine a rigagnoli lucenti di un liquido ignoto: questa sarebbe l’origine del vetro.” (Plinio, Storia Naturale, XXXVI, 191-192) La scoperta e la nascita della lavorazione del vetro si perdono nella notte dei tempi. La sua produzione e la conseguente evoluzione di forme e tecniche accompagna infatti il cammino dell’uomo da più di cinquemila anni, attraversando luoghi e culture per gettare una sorta di ponte ideale fra le terre d’Oriente e Occidente. Dalla Siria all’Egitto dei faraoni, dalla Mesopotamia alla Roma imperiale, dalla repubblica veneziana alle grandi capitali d’Europa e l’America, questo materiale ha da sempre stupito e affascinato per le sue mille e una forma, rivoluzionando modi, usi e costumi di intere comunità. Un protagonista dello sviluppo tecnologico Materiale dalle infinite potenzialità e dalle molteplici applicazioni, sia industriali che domestiche, il vetro è un prodotto solido di larghissimo uso e consumo. Il suo impiego spazia infatti, oggi, dai semplici contenitori per alimenti, bevande, farmaci e cosmetici, agli oggetti d’arte, arredo e design più insoliti e bizzarri, fino a raggiungere strutture e componenti di una vasta gamma di settori specializzati. Utilizzata nella costruzione di apparecchi ad alta tecnologia, come per esempio le fibre ottiche per gli impianti di telecomunicazione e di chirurgia mini-invasiva, la diagnostica per immagini e i sofisticatissimi equipaggiamenti delle capsule spaziali, la massa vitrea è uno degli elementi fondamentali per le dinamiche di progettazione e sperimentazione del giorno d’oggi. Nella storia dello sviluppo dell’uomo e delle sue macchine, il vetro ricopre insomma un ruolo principale, che meraviglia e continuamente sorprende per l’incredibile duttilità della sua sostanza e delle sue innumerevoli utilizzazioni. Composizione del vetro Interamente costituito da sostanze naturali, il vetro ha un’illimitata possibilità di riciclo, essendo uno dei pochi prodotti ad assoluta compatibilità ecologica. In principio massa amorfa omogenea, il composto vetroso assorbe, dopo la lavorazione, notevoli caratteristiche, quali la trasparenza, l’impermeabilità ai liquidi, ai gas, ai vapori e ai microrganismi, la sterilizzabilità e indeteriorabilità nel tempo, la resistenza a tutti i reagenti chimici (tranne l’acido fluoridrico e gli idrati di sodio e potassio concentrati) e la scarsa conducibilità termica ed elettrica. Ottenuto mediante fusione a temperatura elevata (1500 °C circa) di vari silicati, nello specifico sabbie silicee mescolate a carbonato di calcio e sodio, il vetro può essere modellato a caldo nelle forme più svariate e innovative. La miscela silicea, infatti, non solidifica a una temperatura predeterminata, di conseguenza, la realizzazione di un oggetto avviene in un intervallo di tempo lungo, detto di ‘lavorazione’, durante il quale la pasta vitrea registra un progressivo aumento di viscosità. Tuttavia, le caratteristiche dello stato fisico e chimico del vetro sono del tutto differenti da quelle delle materie prime da cui deriva. Gli elementi che compongono l’impasto vetrificabile permettono di realizzare vetro incolore e trasparente. Inoltre, con l’aggiunta di minime quantità di sostanze coloranti, come per esempio ossidi di ferro e cromo per il verde, composti di zolfo per il giallo e cobalto per l’azzurro, si possono creare diversi tipi di tonalità di colore e sfumature. Materie prime La miscela vetrosa è prevalentemente formata da silice, carbonato di calcio e carbonato di sodio, o soda, a cui poi si aggiungono il solfato sodico, la dolomite, il rottame vitreo, il marmo e una scoria d’alto forno detta loppa. La materia prima vetrificante è la silice (SiO2), o sabbia di cava, fondamentale nel dar luogo, per fusione, al liquido vetrogeno che nella composizione base della pasta è presente per il 70% circa. Il carbonato di calcio (CaCO3) ha un’azione ‘stabilizzante’, in quanto regola la condizione della superficie vetrosa rispetto al grado di umidità e di anidride carbonica presenti nell’atmosfera. Il carbonato di sodio (Na2CO3), o soda, insieme alla dolomite (carbonato doppio di calcio e magnesio MgCa[CO3]2) e alla loppa, è utilizzato per diminuire la temperatura di fusione, agendo come elemento ‘fondente’ per consentire l’abbassamento del punto di scioglimento della silice. Inoltre, la percentuale di ossido di sodio presente nella miscela vetrificabile è determinante nel processo di lavorazione della pasta vetrosa. Più alta è la sua percentuale e più lento sarà il processo di solidificazione. Di conseguenza, un vetro con questa caratteristica risulta adatto alla lenta lavorazione manuale, mentre nel caso contrario lo sarà ai fini di un veloce trattamento industriale. Il solfato sodico si aggiunge a silice, soda e carbonato di calcio, in qualità di sostanza che facilita la fuoriuscita delle bolle gassose dal fuso, affinandone e migliorandone l’omogeneità. Il rottame di vetro depurato è introdotto nel ciclo produttivo in una percentuale che va dal 10% del peso dell’impasto fino a quasi sostituire le altre componenti primarie. Grazie alla sua natura può essere rifuso infinite volte, consentendo un significativo risparmio energetico e di materie prime. Il processo produttivo: la vetreria - Le fasi della produzione La lavorazione industriale del vetro cavo si basa su di una sequenza di passaggi il cui obiettivo finale è la creazione di un nuovo contenitore. Il processo prevede una prima fase di fusione della miscela di materie prime e rottame di vetro, per ottenere l’affinamento dei vari elementi coinvolti ed eliminare il formarsi di bolle gassose, che impediscono la perfetta omogeneizzazione della massa. Una volta raggiunta la viscosità ideale, si passa alla cosiddetta fase di formatura, in cui l’oggetto da realizzare viene tagliato e modellato secondo progetto. Quando la sagomatura è completata, si procede alla solidificazione vera e propria, attraverso operazioni di raffreddamento controllato. Superata poi tutta una serie di ispezioni qualitative, il prodotto finito viene imballato, trasportato e immesso sul mercato. Sintetizzando, è possibile identificare le principali fasi della produzione del vetro in fusione, affinaggio, formatura, raffreddamento e confezionamento, e bisogna altrettanto ricordare che al tradizionale metodo di lavorazione si affianca un lungimirante lavoro di ricerca. Infatti, nuove sperimentazioni per forme di sviluppo alternative sono continuamente testate allo scopo di ottimizzare e accelerare il processo produttivo della materia vetro. Stoccaggio, dosaggio e miscelazione delle materie prime La miscela vetrificabile, contenuta in silos, e il rottame di vetro, vengono adeguatamente dosati, mescolati e introdotti nel forno fusorio per mezzo di nastri trasportatori. Formazione e affinaggio della pasta vetrosa nel forno fusorio La fornace, costruita con materiale refrattario in grado di resistere per anni alle elevate temperature di lavorazione, è alimentata a gas metano nella maggior parte degli impianti. Autoregolato in tutte le sue funzioni, il forno è attivo 24 ore su 24 ed è costantemente controllato da monitor e calcolatori di processo, che consentono di verificare i parametri di funzionamento e di accertare la corretta vetrificazione delle materie prime. La pasta vetrosa e il rottame di vetro sono continuamente inseriti nel forno fusorio, che opera a una temperatura di 1500 °C circa e al cui interno avvengono i seguenti processI: fusione dei componenti più basso-fondenti reazioni chimiche tra gli elementi della miscela dissoluzione delle particelle solide nelle fasi liquide formate Segue la fase di affinaggio, in cui si procede alla rimozione delle bolle gassose per favorire il compattamento della massa vetrosa. Quest’ultima è poi portata alla temperatura di 1100-1200 °C nei canali di alimentazione delle macchine foggiatrici, affinché raggiunga la viscosità ideale per la formazione delle cosiddette ‘gocce’. Il liquido fuso in uscita dal forno entra successivamente in condotti di condizionamento termico per essere ‘tagliato’ in gocce di dimensione e peso proporzionali all’oggetto da realizzare. Infine, la goccia di vetro incandescente giunge, per caduta verticale guidata, allo stampo della macchina formatrice. Formatura dei contenitori Il procedimento tradizionale di formatura si è evoluto grazie al ‘presso-soffio’, tecnica in un primo tempo applicata soltanto a contenitori con imboccattura di grande dimensione e recentemente usata anche per recipienti più elaborati con imboccatura stretta. In pratica, una volta che la goccia vetrosa incandescente raggiunge la macchina formatrice inizia la fase di trasformazione. Una tecnologia che permette di ottenere contenitori più leggeri e con migliori prestazioni meccaniche. Ma come nasce, per esempio, una bottiglia? La prima fase di questo processo vede la realizzazione della bocca e del collo dell’oggetto, che si formano introducendo le gocce di vetro in un stampo, detto ‘abbozzatore’ il quale, colpito da un getto d’aria compressa, dà origine a una sagoma preliminare. Successivamente, il formato ancora plasmabile viene ribaltato e trasferito in un’altra matrice dove è fatto aderire alle pareti interne con un secondo forte getto d’aria. Raffreddamento controllato dei contenitori Dopo la fase di formatura, il contenitore è raffreddato secondo un tempo controllato in forni continui a tunnel. Passaggio detto anche di ‘ricottura’, che consente di eliminare le tensioni del vetro mediante riscaldamento preliminare e successivo graduale abbassamento termico dell’oggetto, fino a raggiungere la temperatura ambiente. A questo punto, il contenitore è sottoposto a fortissime trazioni causate dal contatto della superficie esterna con la temperatura ambiente, che provoca il rapido refrigeramento della superficie interna. Un tipo di squilibrio che, in alcuni casi, può addirittura compromettere la resistenza meccanica del recipiente. Scelta e confezionamento Completate le operazioni di raffreddamento, ha inizio un minuzioso controllo qualitativo dei singoli contenitori, che precede la fase di confezione. I vari pezzi vengono sottoposti a scelta automatica con macchine elettroniche installate in linea, che verificano le caratteristiche di tutti i recipienti: dimensione, forma, spessore, calibratura della bocca, integrità e resistenza. Gli esemplari non idonei sono meccanicamente scartati dal processo d’imballaggio e immediatamente frantumati e avviati al forno per essere rifusi. Il prodotto finito viene quindi confezionato e immagazzinato. L’impiego delle tecnologie più avanzate e di apparecchiature computerizzate consente una revisione completa del ciclo produttivo, mentre strumenti dalle caratteristiche altamente sofisticate garantiscono un monitoraggio dei contenitori su base statistica. Ciò permette di mantenere costante il livello qualitativo del prodotto finito in armonia con le esigenze degli imbottigliatori, della distribuzione e del consumatore. I contenitori, infine, dopo un’ulteriore serie di accurate verifiche, vengono adeguatamente imballati per garantirne il trasporto. Il futuro dei contenitori in vetro Si profilano all’orizzonte ulteriori innovazioni concernenti tutto il processo produttivo. Nuove composizioni, colorazioni, sistemi di formatura innovativi, alleggerimenti, sono in fase di avanzata sperimentazione. Scienza e tecnologia viaggiano di pari passo in un percorso che vede da un lato il concentramento degli sforzi per ottenere un prodotto sempre di alta qualità con la massima riduzione degli sprechi e, dall’altro, moderne e più veloci apparecchiature per un miglioramento dei tempi di produzione. Il vetro, fra storia e arte Storia di un materiale dal sapere antico Come afferma Plinio il Vecchio nella sua “Storia Naturale”, il vetro è probabilmente scoperto nell’area dell’antica Siria intorno al III millennio a.C. Periodo in cui, identificati gli elementi che lo compongono, il vetro è sottoposto a una serie di inediti processi di lavorazione: in Mesopotamia vengono realizzati i primi monili e dal II millennio a. C. nelle regioni fra il Tigri, l’Eufrate e la Fenicia compaiono anche i primi vasi. Di conseguenza, con l’espansione delle reti commerciali nel Mediterraneo, l’arte vetraria si diffonde a macchia d’olio in tutte le regioni costiere, creando dei veri e propri centri di fabbricazione di pasta vitrea grezza, destinata alla produzione estera. Nasce così una realtà artigianale specializzata in diverse tecniche quali la modellazione su nucleo preformato, che permette la realizzazione di materia monocroma o con filamenti colorati, e la cosiddetta lavorazione a mosaico, costituita dal fissaggio di tessere di vetro sulla superficie dell’oggetto. Aumentano inoltre le tipologie di prodotti elaborati: da fiasche, brocche e bicchieri, a balsamari, unguenti e piccole olle, senza naturalmente tralasciare suppellettili, monili e pendenti. In ogni caso, è nel periodo ellenistico che fiorisce e si sviluppa completamente la produzione vetraria. Notevoli sono i manufatti realizzati nella Magna Grecia, per esempio grandi vassoi in vetro mosaico e coppe con oro stratificato. È invece in territorio siro-palestinese che gli storici localizzano la scoperta della cosiddetta tecnica di soffiatura, messa a punto intorno al I secolo a.C. All’epoca le tecniche di lavorazione più comuni erano quattro: a nucleo friabile o a verga, a colatura in stampi aperti o chiusi, a soffiatura libera e a soffiatura in matrici e forme di vario tipo. Una maggiore perfezione è poi raggiunta dall’industri romana del IV secolo a.C., con la creazione di vetro bicolore. Con l’avvicendarsi delle invasioni barbariche che sconvolgono l’Europa del IV e V secolo d.C., declina definitivamente l’egemonia e l’influenza politica dell’Impero romano, che trasferendo la propria autorità centrale a Costantinopoli, si divide in Impero romano d’Occidente e Impero romano d’Oriente. Il continente europeo entra così in una nuova fase della sua storia, detta ‘Alto Medioevo’, che rispetto al passato non brilla particolarmente per fervore artistico. Tuttavia, con il consolidarsi del dominio dei Franchi, popolazione di ceppo germanico, nell’Europa centrale, rispetto a quanto si era verificato nel resto del Continente, s’impone un nuovo stile nella lavorazione vetraria, conosciuto appunto come franco, merovingio o teutonico, in cui il vetro, ancora soffiato e prodotto a base di calce e soda, presenta decorazioni meno elaborate rispetto a quelle romane. Le tecniche usate sono diverse: dalle più semplici con stampi ondulati, alle più complesse con decorazioni a fili e fasce o con applicazioni di gocce di vetro fuso al corpo dell’oggetto. Poche tracce testimoniali, invece, sopravvivono della manifattura vitrea di epoca carolingia, che si riferisce all’VIII–X secolo, anche se è noto come le basi della fabbricazione di vetri colorati da finestra risalgano a questo periodo. Per quanto riguarda inoltre la lavorazione nell’area dell’Impero romano d’Oriente, l’insinuarsi della matrice bizantina migliora e diffonde l’uso della tecnica a mosaico. Piccole tessere fissate nel cemento decorano riccamente cupole e pavimenti di chiese, con rappresentazioni di ordine celeste su fondi dai toni dorati. Per la fabbricazione di lastre da finestra, sembra che i bizantini impiegassero il metodo a corona, procedimento ereditato dalla tradizione romana. Le conquiste arabe del VII e VIII secolo, con le progressive occupazioni di Siria, Palestina, Egitto e Spagna meridionale pongono fine al dominio romano d’Oriente, convertendo il gusto delle antiche tradizioni vetrarie in uno stile squisitamente decorativo. L’impronta moresca si serve dell’abilità dei vetrai siriani, noti per la produzione di recipienti a intaglio e delle più ricercate decorazioni a piume e pettinate, per introdurre nuove tecniche di lavorazione. La più conosciuta, e ancora oggi usata, è quella della pittura a lustro che, a differenza della smaltatura, prevedeva la cottura di una pellicola di pigmento sulla superficie vetrosa, decorata mescolando argento, zolfo e talvolta rame. Escludendo tuttavia quella dell’Impero islamico, la produzione in Estremo Oriente è di poco rilievo. In India e Giappone, per esempio, le testimonianze di una vera e propria industria del vetro risalgono a non molti secoli fa. Diversa la situazione in Cina, dove al materiale vetroso si conferiva un valore di semi prezioso da colare, intagliare e levigare, per la lavorazione quasi esclusiva di perline, amuleti e ornamenti funebri. Solo nel 1600, con l’utilizzo di alcune tecniche veneziane introdotte dai missionari gesuiti, gli artigiani cinesi cominceranno a realizzare anche altri tipi di oggetti, ma d’uso comune, come vasi, fiasche, coppe e bottigliette da fiuto. È poi verso la fine del Medioevo e con l’inizio del Rinascimento che i materiali e le tecniche raggiungono un livello tale di miglioramento da consentire la realizzazione di oggetti d’incantevole delicatezza e stile. E questo avviene soprattutto in Italia, in particolare a Venezia. Polo produttivo che conquista notorietà e prestigio internazionale per le sue inimitabili creazioni. Il caso unico della tradizione veneziana è spiegato da alcuni storici nei termini di eredità acquisita dalla maestria dei famosi vetrai di Aquileia, la città romana che all’epoca dell’Impero era stata il più importante centro di produzione di vetro nel nord Italia, anche se esistono documenti che attestano una precedente attività di mastri vetrai nella laguna. Al 1271 risale invece uno dei primi capitolari che regolavano l’attività dei vetrai veneziani. Tuttavia, la data ufficiale della nascita del vetro moderno è il 1291, quando le vetrerie veneziane, per evitare le minacce dei ripetuti incendi, trasferiscono le botteghe e i laboratori sull’isola di Murano, fondando la corporazione dei ‘phiolieri e dei verieri de Muran’. Per la prima volta quindi, dopo la caduta dell’Impero romano, il vetro torna a essere prodotto con sistematicità in un centro urbano dell’Europa occidentale. Un altro importante evento registrato sulla scena veneziana risale al 1527, e corrisponde alla scoperta della cosiddetta filigrana. Uno dei più famosi pezzi lavorati con questo procedimento è il ‘vaso Parr’, conservato al British Museum di Londra. Di questo periodo sono anche il vetro-ghiaccio, i procedimenti d’imitazione delle pietre dure e le lavorazioni a punta di diamante, tecniche che unite alle altre, danno vita a uno stile veneziano rinomato in tutta Europa e detto ‘Façon de Venise’. Il sofisticato vetro veneziano vede incrinarsi parte della sua egemonia internazionale intorno al XVII secolo, periodo che corrisponde alla diffusione della dottrina protestante. S’invertono infatti i canoni stilistici che a un vetro sottile e delicatissimo ne preferiscono uno più robusto e funzionale, senza comunque perdere la varietà decorativa. Per applicare i nuovi parametri s’inventano altri tipi di vetro più resistenti, fra cui il vetro-piombo prodotto in Inghilterra nel 1675, e il vetro al potassio, ideato in Germania e Boemia. Il continuo mutare delle sorti politiche europee, modifica inevitabilmente anche gli stili e le influenze delle varie produzioni locali. A partire dal XVIII secolo, nasce l’esigenza di produrre oggetti di lusso che a seconda del paese d’origine, si diversificavano per forme e fattezze. Appaiono così sul mercato splendide composizioni di servizi da tavola e bottiglie dal corpo bulbiforme intagliate a diamante, dette prussiane, raffinati lampadari irlandesi e magnifici specchi ovali. Nel corso del XIX secolo, le tecniche di creazione del vetro non subiscono grandi variazioni, tranne che per lo stampaggio a pressa. Anche agli utensili non vengono apportate grosse modifiche. Così, nonostante il perpetrarsi dell’egemonia inglese sul mercato internazionale, le fabbriche europee ed extra-europee di Francia, Russia e America continuano la loro produzione vetraria aggiungendo nuove tonalità alla gamma di colori già conosciuti. Particolarmente interessante è invece il caso della Boemia, che guadagna una piccola ma preziosa fetta di mercato, introducendo il noto ‘stile Biedermeier’, i cui migliori esempi sono costituiti da bicchieri smaltati fabbricati a Vienna e in altre città limitrofe. Allo stesso tempo, in Gran Bretagna si assiste alla rinascita del vetro-cammeo, un composto già noto nell’antichità rivestito da uno spesso strato esterno di vetro bianco, intagliato con l’intento di creare un disegno in rilievo su fondo scuro. Con l’avvento del XX secolo, nella produzione vetraria irrompono l’arte e il design. La combinazione di nuove tecniche e di un rinnovato linguaggio decorativo porta a cambiamenti radicali nell’industria del vetro e nelle applicazioni a essa più strettamente legate. Si passa infatti dall’Art Nouveau, uno stile decorativo nato verso il 1890 e rimasto in auge fino a tutto il decennio successivo, alle innovazioni tecniche adottate dall’americano Louis Comfort Tiffany, che firma stupende lampade con vetri colorati racchiusi in telai di piombo, a cui seguono i diversi tipi di lavorazione francese messi in pratica dai fratelli Daum, di Décorchemont e di Argy-Rousseau, noti con il nome ‘pâte-de-verre’. Da segnalare, inoltre, come in questo secolo di grandi fermenti culturali, si faccia strada la tendenza a suddividere l’oggetto di vetro in due tipologie, quella della decorazione domestica di lusso e quella dell’opera d’arte vera e propria, in cui l’artista sceglie il vetro come particolare mezzo d’espressione. La grande influenza esercitata dal Modernismo sul disegno del XX secolo, che combina concettualità e meccanizzazione, si sviluppa in una corrente che unisce gli ideali di purezza della forma e delle superfici alla chiarezza dei concetti e della costruzione. L’espressione più sintetica di questi ideali corrisponde all’uso associato di vetro e acciaio che, dall’architettura all’arredamento d’interni, si combinano per realizzare strutture di grande impatto artistico. Tuttavia, a partire dal 1919, quello ‘Stile internazionale’, ovvero il Modernismo, con il Bauhaus si converte rapidamente sia in Europa sia in America da simbolo del pensiero modernista in sinonimo di modernità. La funzionalità delle forme viene così assorbita dall’eleganza e dal gusto fine a se stessi, traducendosi in mobili-bar rivestiti di specchi, pannelli e pavimenti in vetro-ghiaccio, sedie con inserti in vetro, palazzi e grattacieli i cui elementi strutturali sono inguainati da vetro. Un inedito e repentino progresso tecnologico senza precedenti si registra nelle vetrerie a partire dalla fine del secondo conflitto mondiale. I nuovi e sofisticati strumenti elettronici allargano il campo della sperimentazione, fornendo risultati significativi, come per esempio la scoperta del procedimento ‘galleggiante’ ideato dalla vetreria Pilkington Brothers. Invenzione che consente di ottenere enormi lastre di vetro privo di impurità e dal vario spessore con una notevole ottimizzazione dei costi di produzione. Un secolo, il Novecento, ricco di grandi innovazioni tecnico-scientifiche e creative, che ha visto il vetro degno protagonista dello straordinario rinnovamento artistico e del rapido processo di modernizzazione industriale degli ultimi decenni. È soprattutto a partire dagli anni Dieci e Venti, che nell’ambiente delle vetrerie muranesi viene progressivamente affermandosi la nuova figura del designer. L’intervento di artisti e collaboratori esterni al mondo delle fornaci, favorisce così l’apertura di Murano verso la coeva cultura figurativa, inaugurando una stagione davvero eccezionale. Negli anni Venti si vede un nuovo fervore nell’attività delle vetrerie, tra le quali si distingue in modo particolare la Cappellin-Venini per i leggerissimi soffiati - come per esempio 'la libellula' - dalle tenui colorazioni, privi di ogni decorazione superflua, dovuti al disegno di Vittorio Zecchin, che a buon titolo può essere considerato il primo vero designer nell’ambito muranese. Molte e straordinarie sono le colorazioni dei vetri degli anni Trenta che si arricchiscono dei più diversi effetti cromatici, dovuti a nuove sperimentazioni, come nel caso del vetro ‘pulegoso’ creato dallo scultore Napoleone Martinuzzi per la V. S.M. Venini & C. (1930 circa). Ad applicazione di foglia d’oro o d’argento ricorre invece in alcuni casi la M.V.M di Giacomo Cappellin, per i suoi coloratissimi vetri, nati dalla collaborazione con l’architetto Carlo Scarpa. In questo periodo si impone inoltre la Vetreria Artistica Barovier & C., specie con i vetri ‘primavera’ (1930) creati da Ercole Barovier, al quale si deve tra l’altro la messa a punto della tecnica della colorazione a caldo senza fusione. Straordinaria in quel periodo la produzione di Venini, il quale dopo aver realizzato i vezzosi quanto raffinati vetri di Tomaso Buzzi (1932-33), dal 1934 affida la direzione artistica a Carlo Scarpa, che collaborerà con l’attività della fornace fino agli anni Quaranta. Molti i vetri disegnati da Scarpa: da quelli di grosso spessore come i ‘sommersi’, ai sottili vetri ‘a mezza filigrana’, i pesanti vetri ‘corrosi’, i coloratissimi ‘tessuti’ a sottili canne policrome, le splendide coppe ‘a murrine’ dalla superficie rifinita alla mola e i vasi trasparenti decorati da fili, fasce o pennellate in vetro colorato. Dopo il grande successo della vetraria muranese degli anni Trenta, il decennio successivo vede una progressiva diminuzione dell’attività per l’avvicinarsi della guerra. Di conseguenza, bisogna aspettare gli anni Cinquanta per vedere una rinascita del vetro veneziano: una nuova energia veicolata attraverso l’opera di molti designer attivi nelle fornaci porta alla creazione di suggestivi oggetti caratterizzati da una maggiore libertà espressiva. Così, grazie al contributo di figure centrali di designer come Fulvio Bianconi per Venini, Flavio Poli per Seguso Vetri d’arte, e Dino Martens per Aureliano Toso, insieme a maestri vetrai, titolari delle proprie aziende, come Archimede Seguso, si opera un interessante aggiornamento nelle proposte delle vetrerie. La policromia e la ricchezza del colore, peculiarità degli anni Cinquanta, sono progressivamente sostituite negli anni Sessanta e Settanta da una sobria monocromia e dal vetro trasparente. Murano accoglie però con molta difficoltà questo minimalismo, che comporta una rinuncia alle tecniche vetrarie tradizionali. Tra le vetrerie, la Venini, guidata dopo la scomparsa di Paolo Venini dal genero Ludovico Diaz de Santillana, rimane comunque fedele alla tradizionale policromia. Significativa risulta anche l’attività dell’americano Thomas Stearns, a cui si deve la realizzazione di oggetti eseguiti con la tecnica dell’incalmo e, in seguito, quella del finlandese Tapio Wirkkala la cui continua presenza in vetreria porta alla creazione di eterei quanto straordinari manufatti. Dagli anni Settanta una nuova generazione di artisti frequenta la fornace. Diversi sono infatti, in questo periodo, i giovani americani giunti a Murano come Moore, Carpenter, e Mary Ann ‘Toots’ Zinsky, che insieme a Laura de Santillana, attiva in vetreria dalla metà del decennio, contribuiscono alla vitalità della Venini. A Murano anche in consonanza con lo Studio Glass americano, trova progressivamente spazio una nuova realtà che vede vari autori impiegare il vetro muranese nell’affermazione della propria espressione artistica. Vi è chi provenendo dal mondo della fornace ha scelto questa singolare materia per esprimersi e chi è giunto al vetro attraverso esperienze diverse. Tra gli artisti, particolare attenzione merita per esempio Lino Tagliapietra, la cui produzione si arricchisce in modi e forme sempre nuove, di raffinati cromatismi. Interessanti sono anche le ricerche di Yoichi Ohira e, tra gli artisti più giovani, quelle di Laura Diaz de Santillana e Cristiano Bianchin. Ognuna di queste opere trasuda infatti la valente e tradizionale sapienza dei maestri muranesi, che si fonde alle continue sperimentazioni, alle personali ricerche dei vari autori che del vetro, di volta in volta, sanno cogliere qualità inaspettate, traendone lo spirito della contemporaneità. |

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